Gli economisti sbagliano e non studiano la storia

“Se chiedo un parere su un problema a due economisti – diceva Winston Churchill -, ho due opinioni diverse; a meno che uno dei due non sia Lord Keynes, nel qual caso ho tre opinioni.”

Articolo di Federico Fubini sull’inserto economico del Corriere della Sera: “Gli economisti che sbagliano”. Sbagliano le loro previsioni, le sbagliano spesso (una su due) e, incuranti della pessima performance, continuano a prevedere oggi più di quel prima costituito dalla devastante e non prevista crisi dei subprime, i cui esiti consiglierebbero, se non un rispettoso silenzio, almeno maggiore cautela previsionale.

Molti conoscono la domanda posta da Elisabetta II agli economisti della London School of Economics nel 2009: “Why did economists fail to foresee the crisis?” (Perché gli economisti non hanno previsto la crisi?).

Pochi conoscono l’articolata risposta che dieci economisti hanno poi inviato alla regina e sintetizzata da Giorgio Lunghini nel suo bel libro “Conflitto, Crisi, Incertezza”. In sostanza – sostengono i membri della London School of Economics – l’incapacità nel fornire previsioni adeguate e tempestive da parte degli economisti è da ricercare nella loro inadeguata formazione, limitata alle tecniche matematiche. La matematica infatti “decontestualizza i suoi oggetti e in campo economico ciò comporta il rischio del riduzionismo e della falsa neutralità”.

Sono considerazioni critiche significative e più profonde rispetto alle evoluzioni retoriche di un dibattito su di una economia definibile come una sorta di scienza barzotta, in difficile equilibrio tra dure scienze esatte (fisica, biologia, etc.) e “molli” scienze sociali (sociologia, antropologia, etc.).

Se non possiamo chiedere né verità né previsioni corrette, cosa dobbiamo allora chiedere agli economisti? Solo una cosa: la buonafede. Quella buona fede che Carl Marx riconosceva ai grandi economisti classici ma che non trovava negli economisti suoi contemporanei, da lui definiti in modo semplice quanto sprezzante: “pugilatori a pagamento”.

Massimo Bertani