I costi dei PIR: asimmetria di intenzioni

Nel nostro ultimo intervento abbiamo sollevato tre ordini di perplessità relative ai PIR: 1) attuale mancato intervento a sostegno dell’economia reale nazionale; 2) limitatezza del mercato di riferimento e potenziale rischio bolla; 3) relazione pericolosa tra incentivo fiscale e propensione al rischio individuale.

Terminavamo l’intervento ripromettendoci di affrontare “il delicato tema dei costi”.  In questo intento siamo stati anticipati dall’ analisi condotta da AdviseOnly, presentata in sintesi da PierEmilio Gadda nell’articolo “PIR, vi diciamo se il prezzo è ok” pubblicato nell’inserto l’Economia del Corriere della Sera di lunedì 5 giugno.

L’analisi di AdviseOnly, riferita ad un investimento di 30.000 euro a cinque anni, confronta due fondi bilanciati (50% azioni-50% obbligazioni) uno PIR e uno non PIR con commissioni di gestione rispettivamente dell’1,6% annuo (media PIR bilanciati/flessibili) e dell’1,4% annuo (media fondi di categoria cfr. Mediobanca).

Il capitale a scadenza è calcolato con una “simulazione probabilistica” basata sui rendimenti storici di azioni e obbligazioni che individua un rendimento annuo lordo del 5,3%, che determina il valore dell’investimento nel PIR a 35.607 euro cioè il 3,5% in più del fondo non PIR, privo di benefici fiscali, che ottiene un valore pari a 34.419 euro.

Tutto bene quindi? Non proprio. Il responsabile di AdviseOnly sottolinea una lapalissiana evidenza: “Il vantaggio del piano diminuisce al crescere delle commissioni applicate, fino ad azzerarsi con costo di gestione del 2,3%”. Ulteriori calcoli ed esempi evidenziano che “con una spesa iniziale del 3,5% – da sommare ai costi di gestione – i benefici fiscali del PIR bilanciato vanno completamente in fumo”.  E ancora: con “una commissione di gestione al 2% è sufficiente un 1,6% di commissione di sottoscrizione per annullare i vantaggi del PIR bilanciato”.

I numeri e i calcoli dell’analisi di AdviseOnly parlano chiaro. E i nostri timori che il vantaggio fiscale – la grande attrattiva dei PIR –  potesse essere annullato da costi di ingresso e di gestione non si sono rilevati infondati.

Aldilà dei numeri e dei calcoli osserviamo che nella commercializzazione dei PIR si ripresenta in termini macroscopici quella che potrebbe essere definita una asimmetria di intenti alquanto fastidiosa.

Lo stato, la collettività, rinuncia al prelievo fiscale per incentivare la sottoscrizione di una forma di risparmio a sostegno della economia reale nazionale. La positività dell’obiettivo, la significatività dell’incentivo, unitamente alla cassa di risonanza offerta dai media, determinano il grande successo della iniziativa. Su tutta questa positività si innesta, in modo asimmetrico, il sistema dei costi di servizio (ingresso e gestione) praticato da banche e società di gestione.

Che fare? L’articolo dell’inserto l’Economia terminava con l’evidenziazione che “le spese d’ingresso sono discrezionali. Il distributore ha la facoltà di applicarle o meno…”, invitando il risparmiatore a negoziarle, e indicava che nell’offerta PIR compaiono due ETF di Lyxor con commissioni di gestione 0,50% e quattro fondi di due società, ACOMEA e New Millenium Sicav, che a basse commissioni di gestione (0,75%-0,90%) uniscono il vantaggio di non essere soggetti ad alcun costo d’ingresso.

Come Adiconsum, riteniamo giunto il momento di affrontare di petto l’argomento dei costi praticati da banche, società di gestione e compagnie di assicurazione sui servizi proposti ai risparmiatori, non solo nei termini complessivi e quantitativi del quanto ma soprattutto nei termini qualitativi del come e del perché.